L’OCCHIO DI RAMPIKINO
Le false invernali
(Prima parte)

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Luca Maspes nella parte bassa della goulotte "Delicatezze" sul Gluschaint. (foto G. Ongaro)

   Per qualcuno è l’apice della “lotta con l’alpe”, per altri una semplice passione da vivere un ambiente diverso ed un po’ ostile. Accanto alle cascate ghiacciate, alle arrampicate soleggiate vicino al mare, alle lunghe e silenziose cavalcate scialpinistiche, si affaccia in questa stagione invernale una pratica che coinvolge alpinisti di levatura ma anche affezionati della montagna, per così dire, della domenica.
   L’alpinismo in inverno è una delle più grosse avventure che la montagna riesce ad offrire. Tutto quello che s’impara scalando le montagne nella stagione favorevole viene in questo periodo rimesso in discussione, anche quando si è in possesso di un bagaglio di esperienze che sembrava essere quasi completo.

 

   Parliamo di condizioni disagevoli, di freddo, di ghiaccio e di neve che avvolge le pareti, le creste, le rocce, che ricopre i sentieri, i rifugi e tutto ciò che c’è intorno, trasformando un ambiente conosciuto in un mondo quasi lunare, sperduto nel silenzio più assoluto; tutto questo si racchiude spesso in drammatiche presentazioni per epiche lotte che hanno coinvolto molti alpinisti alla caccia delle prime assolute. Così è comparso il termine “prima invernale”, la prima ascensione di quella tal via di roccia o di ghiaccio nella stagione più fredda, delimitata dalle date 21 dicembre e 21 marzo. Qualcuno vuol fare risalire le origini di questo tipo di alpinismo addirittura a Dante Alighieri, salito al Prato del Saglio nell’inverno 1311 solo per godersi la montagna innevata. In senso più alpinistico si passò successivamente alle gesta degli scalatori austriaci, con le loro ascensioni nei primi anni dell’’800.  

Sulla cresta del Gluschaint, la conquista di un piccolo torrione roccioso dopo la prima salita di "Delicatezze". (foto L. Maspes)    In seguito, come per la risoluzione degli ultimi problemi alpinistici delle Alpi, la corsa alle prime invernali cominciò dapprima con le cime più famose, poi con le pareti Nord di maggior risonanza, come quelle delle Grandes Jorasses, dell’Eiger, del Cervino e del Badile, e via via con le scalate sempre più difficili delle ultime generazioni, magari più soleggiate e comode (siamo tutti figli delle comodità), esposte a Sud ma tecnicamente di livello superiore. Tutti i migliori nomi dell’alpinismo ci sono passati e non dobbiamo dimenticare le gesta di alcuni che dell’alpinismo invernale ne hanno fatto proprio un campo d’azione prediletto come Walter Bonatti, René Desmaison, i fratelli Rusconi, Renato Casarotto per citare i più noti. Con i materiali dell’epoca, ben più pesanti e di ridotta tecnologia rispetto a quelli attuali, la sfida invernale si commutava in un lungo viaggio di una lentezza quasi esasperante, vissuto in un contesto che ai molti appariva quasi disumano e senza senso. Per comprendere un po', bastano poche emblematiche righe del veterano lecchese Gianni Rusconi, protagonista di alcune delle più belle imprese invernali degli anni ‘70:

... Quanta neve inconsistente! A volte affondo sino alle ascelle e diventa un problema venirne fuori.
Penso a Roberto che dovrà ripetere due volte il percorso, tornando indietro a prendere il mio zaino, dopo aver portato il suo. Pianto dei chiodi nelle poche rocce che affiorano dalla neve. Alla base del salto c’è un buco nella roccia. Ci metto un chiodo, aspetto che la slavina sia cessata e comincio a salire. Gli appigli minuscoli e vetrati mi costringono a togliere i guanti.  
... In questo difficile passaggio, la base inclinata dove s’appoggiano i piedi è coperta di ghiaccio; gli
appigli per le mani sono scomparsi sotto la neve
. Mi aiuto anche con il martello-picozza, praticando degli intagli nella neve gelata e passando poi con mosse da gatto...
... Le soste sono gelide e prolungandosi si fanno ossessionanti. I vestiti si irrigidiscono, diventano fredda implacabile corazza, frenano i movimenti. Le membra si fanno legnose perdendo la naturale elasticità. I pensieri affogano nel nerofumo!

(da “Pareti d’inverno” di Gianni Rusconi, ediz. Il Castello 1973)  

Il Pollice di Musella e la via nuova salita da Miotti, Maspes e Colombo. (foto L. Maspes)    Oggi le cose sono in parte cambiate. La nuova sfida si è tramutata in velocità, aumento delle difficoltà, dove la preparazione ed il nuovo “zaino” degli scalatori (peso ridotto per ogni alimento, indumento e attrezzo da scalata) permettono di superare certi itinerari nei tempi di una normale salita estiva. A questo ci aggiungiamo pure la carenza di condizioni estreme (neve e freddo) che ha stagnato nell’ultimo decennio, a quanto pare ben differente da molti anni fa.  
Per l’alpinismo degli ultimi anni poi, il gelo invernale costituisce un ottimo punto a favore per la salita delle ghiacciate pareti Nord, continuamente esposte alla caduta di massi e praticamente spoglie di neve nelle ultime secche stagioni estive. E’ quindi più facile ammirare le famose vie di ghiaccio dell’arco alpino ripetute frequentemente da decine di cordate nella stagione invernale o primaverile, quando una volta queste imprese erano riservate a pochissimi.
Fatti i debiti conti, la montagna invernale rimane comunque un terreno difficile, con un grande fascino ma non facile da interpretare. Io ne sono rimasto subito affascinato, vuoi per quella mania di portare a casa le “prime” ma soprattutto per quell’espressione di alpinismo completo (tutti i terreni) che richiede un ambiente così. Ma non sempre è così e spesso le sofferenze invernali danno lo spazio al piacere della scalata…