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Per
qualcuno è l’apice della “lotta con l’alpe”, per altri
una semplice passione da vivere un ambiente diverso ed un po’
ostile. Accanto alle cascate ghiacciate, alle arrampicate
soleggiate vicino al mare, alle lunghe e silenziose cavalcate
scialpinistiche, si affaccia in questa stagione invernale una
pratica che coinvolge alpinisti di levatura ma anche affezionati
della montagna, per così dire, della domenica.
L’alpinismo in
inverno è una delle più grosse avventure che la montagna
riesce ad offrire. Tutto quello che s’impara scalando le
montagne nella stagione favorevole viene in questo periodo
rimesso in discussione, anche quando si è in possesso di un
bagaglio di esperienze che sembrava essere quasi completo.
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Parliamo
di condizioni disagevoli, di freddo, di ghiaccio e di neve che
avvolge le pareti, le creste, le rocce, che ricopre i sentieri,
i rifugi e tutto ciò che c’è intorno, trasformando un
ambiente conosciuto in un mondo quasi lunare, sperduto nel
silenzio più assoluto; tutto questo si racchiude spesso in
drammatiche presentazioni per epiche lotte che hanno coinvolto
molti alpinisti alla caccia delle prime assolute. Così è
comparso il termine “prima invernale”, la prima ascensione
di quella tal via di roccia o di ghiaccio nella stagione più
fredda, delimitata dalle date 21 dicembre e 21 marzo. Qualcuno
vuol fare risalire le origini di questo tipo di alpinismo
addirittura a Dante Alighieri, salito al Prato del Saglio
nell’inverno 1311 solo per godersi la montagna innevata. In
senso più alpinistico si passò successivamente alle gesta
degli scalatori austriaci, con le loro ascensioni nei primi anni
dell’’800.
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In
seguito, come per la risoluzione degli ultimi problemi
alpinistici delle Alpi, la corsa alle prime invernali cominciò
dapprima con le cime più famose, poi con le pareti Nord di
maggior risonanza, come quelle delle Grandes Jorasses, dell’Eiger,
del Cervino e del Badile, e via via con le scalate sempre più
difficili delle ultime generazioni, magari più soleggiate e
comode (siamo tutti figli delle comodità), esposte a Sud ma
tecnicamente di livello superiore. Tutti i migliori nomi
dell’alpinismo ci sono passati e non dobbiamo dimenticare le
gesta di alcuni che dell’alpinismo invernale ne hanno fatto
proprio un campo d’azione prediletto come Walter Bonatti, René
Desmaison, i fratelli Rusconi, Renato Casarotto per citare i più
noti. Con i materiali dell’epoca, ben più pesanti e di
ridotta tecnologia rispetto a quelli attuali, la sfida invernale
si commutava in un lungo viaggio di una lentezza quasi
esasperante, vissuto in un contesto che ai molti appariva quasi
disumano e senza senso. Per comprendere un po', bastano poche
emblematiche righe del veterano lecchese Gianni Rusconi,
protagonista di alcune delle più belle imprese invernali degli
anni ‘70:
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Quanta neve inconsistente! A volte affondo sino alle ascelle e
diventa un problema venirne fuori.
Penso a Roberto che dovrà
ripetere due volte il percorso, tornando indietro a prendere il
mio zaino, dopo aver portato il suo. Pianto dei chiodi nelle
poche rocce che affiorano dalla neve. Alla base del salto c’è
un buco nella roccia. Ci metto un chiodo, aspetto che la slavina
sia cessata e comincio a salire. Gli appigli minuscoli e vetrati
mi costringono a togliere i guanti.
...
In questo difficile passaggio, la base inclinata dove
s’appoggiano i piedi è coperta di ghiaccio; gli
appigli per le mani sono scomparsi sotto la neve. Mi aiuto anche con il
martello-picozza, praticando degli intagli nella neve gelata e
passando poi con mosse da gatto...
...
Le soste sono gelide e prolungandosi si fanno ossessionanti. I
vestiti si irrigidiscono, diventano fredda implacabile corazza,
frenano i movimenti. Le membra si fanno legnose perdendo la
naturale elasticità. I pensieri affogano nel nerofumo!
(da
“Pareti d’inverno” di Gianni Rusconi, ediz. Il Castello
1973)
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Oggi
le cose sono in parte cambiate. La nuova sfida si è tramutata
in velocità, aumento delle difficoltà, dove la preparazione ed
il nuovo “zaino” degli scalatori (peso ridotto per ogni
alimento, indumento e attrezzo da scalata) permettono di
superare certi itinerari nei tempi di una normale salita estiva.
A questo ci aggiungiamo pure la carenza di condizioni estreme
(neve e freddo) che ha stagnato nell’ultimo decennio, a quanto
pare ben differente da molti anni fa.
Per
l’alpinismo degli ultimi anni poi, il gelo invernale
costituisce un ottimo punto a favore per la salita delle
ghiacciate pareti Nord, continuamente esposte alla caduta di
massi e praticamente spoglie di neve nelle ultime secche
stagioni estive. E’ quindi più facile ammirare le famose vie
di ghiaccio dell’arco alpino ripetute frequentemente da decine
di cordate nella stagione invernale o primaverile, quando una
volta queste imprese erano riservate a pochissimi.
Fatti
i debiti conti, la montagna invernale rimane comunque un terreno
difficile, con un grande fascino ma non facile da interpretare.
Io ne sono rimasto subito affascinato, vuoi per quella mania di
portare a casa le “prime” ma soprattutto per
quell’espressione di alpinismo completo (tutti i terreni) che
richiede un ambiente così. Ma non sempre è così e spesso le
sofferenze invernali danno lo spazio al piacere della scalata…
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