Il più bel ghiaccio della Valle.
In un inverno che fino ad ora è stato avarissimo di
precipitazioni nevose, dopo un autunno ancora più secco,
anche le cascate di ghiaccio risentono di questa mancanza
della “materia prima” che è l’acqua. Solitamente si
comincia l’arrampicata su cascate già a novembre, con i
primi freddi di stagione, ma quest’anno le condizioni
climatiche parevano scoraggiare anche i più incalliti
ghiacciatori. Fortunatamente le cascate con maggior
portata d’acqua hanno beneficiato di questo freddo
intenso e di cascate con questa caratteristica la
Valmalenco è piena. In questi 2 mesi di ghiaccio ho
seguito un po’ il flusso migratorio dei ghiacciatori qui
in valle: alcuni alle Cascate di Vazzeda, diversi sulle
colate prima di Chiareggio, i più sulla grande cascata
che vi descrivo qui sotto…
20 Anni di oblio.

Scoprimmo due anni fa il ghiaccio della grande cascata in
fondo al Lago di Alpe Gera, quell’enorme salto d’acqua
che scende dal fronte del ghiacciaio di Fellaria e si
getta nelle acque del lago come uno dei suoi maggiori
affluenti. La cascata è chiamata “dei Geroni” ma c’è
anche chi la chiama “del Fellaria”. Venne salita per
la prima volta alle fine degli anni ’70 da Celso Nana e
L. Bricalli e la loro fu una prima ascensione molto
all’avanguardia e in anticipo sui tempi se si considera
che in quegli anni la piolet-traction (tecnica di scalata
su ghiaccio con l’uso di due piccozze e ramponi) veniva
timidamente alla luce per la prima volte negli ambienti
Valtellinesi e non solo. In più la cascata non era di
quelle tanto semplici e percorribili senza dover incappare
in qualche muro verticale di ghiaccio.

Dopo la prima
salita per vent’anni nessuno la ripeté e pochissimo ne
parlarono finché decidemmo di andare a darci
un’occhiata in un freddo periodo di due anni fa, quando
il flusso ghiacciato si presentava in buone condizioni
nonostante la sua esposizione al sole per quasi tutta la
giornata. Sapevamo che la cascata era già stata salita ma
non sapevamo nulla di più. La salita si rivelò
fantastica: ambiente d’alta montagna, a oltre 2200 metri
e circondato in alto da alcune delle più belle cime del
Bernina; ghiaccio morbido e quindi “il meglio” che
possa desiderare un ghiacciatore; temperature elevate a
causa della felice ubicazione della cascata, esposta a
meridione e protetta ai suoi lati da alcuni speroni
rocciosi che fungono da “contenitore di calore”.
Tutto
talmente attraente che quando arrivammo sotto il primo
salto, dopo un’oretta abbondante di avvicinamento
passando per l’Alpe Gembrè, decisi di abbandonare la
cordata dei miei compagni e provare a salire in solitaria
per questo ghiaccio biancastro che mi stava abbagliando
con la sua imponenza. In maglietta (!), passando
attraverso grossi cavolfiori e rigonfiamenti di ghiaccio
con l’acqua che ancora scorreva sotto di essi, piantando
ritmicamente le piccozze in un ghiaccio spugnoso ma
solido, salii velocemente per i 300 metri della colata,
liberando la mente in una delle più belle giornate che
ora ricordo con piacere.
Anche per i miei compagni fu così:
legati in un’unica cordata, Massimo, Gianni ed Emanuela
arrivarono in cima alla cascata qualche ora dopo di me e
quando ci incontrammo all’auto verso sera, anche sui
loro volti si lesse l’entusiasmo per una giornata così.
continua......
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