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Una pietra che viene da lontano.
- Seconda parte -


Imbocchi e tettoie esterne delle antiche gallerie del Giovello.  
La vita là dentro era assai dura.
   La cava si estendeva da un taglio principale all'altro, iniziando da quello di destra, e seguiva le banche in discesa per tutto lo spessore; tuttavia, data la loro giacitura, la "paré", cioè il fronte di escavazione, che era perpendicolare al taglio, sortiva sempre in salita.
   Per ragioni di sicurezza, dopo essersi addentrati di qualche misura, fu necessario costruire un muro fino al "cielo" della cava, distante circa un metro dal taglio e, dietro questo muro che avanzava in profondità man mano che il lavoro progrediva, stipare il materiale di scarto prodotto.
   Così venne a formarsi una galleria, detta anche "trona" o "bocchello", che serviva da collegamento tra il fronte della cava e l'esterno. I blocchi, estratti a forza di colpi con mazze e cunei e che spesso avevano dimensioni notevoli, venivano poi ridotti in "lot", cioè in misure tali da poter essere trasportati all'esterno a dorso d'uomo o a strascico lungo il ripido e disagevole bocchello.
   L'interno della cava, naturalmente, era buio e per poter lavorare occorreva illuminarlo.
   L'illuminazione era data dal fuoco, acceso in vari punti del vano presso la paré, o da "scarénzi de lom", schegge di legna resinosa che "mantenevano la fiamma" e che si potevano spostare.
   Con queste schegge si faceva luce anche nel bocchello, profondo, a volte, anche 250-300 metri, misura oltre la quale anche la roccia "buona" perdeva la scistosità.
   Come è facile immaginare, il lavoro di stacco delle grosse pietre che andavano poi spaccate in lotti in un ambiente semibuio era molto pericoloso. Così come pericoloso e faticoso era il loro trasporto all'esterno lungo il bocchello.
   Anche la necessità di sicurezza obbligava i giovellai a tanti sacrifici.
   Presso l'imbocco della galleria una modesta tettoia (la teciàda) fungeva da laboratorio e qui, con affilati scalpelli, pazientemente e con colpi precisi di martello, i lotti si scindevano in lastre alle quali si dava poi forma rettangolare con il "fulcèt", una paletta piatta di ferro. Queste lastre erano "i ciodi" (aggiungere dieresi sopra la o), le nostre preziose piode.
   La tettoia, oltre allo spazio riservato al lavoro condotto su muretti sormontati da una grossa copertina di pietra, comprendeva altri due locali.
   Uno era adibito a cucina rustica dove, a mezzogiorno, si preparava il desinare (immancabilmente polenta); l'altro serviva come deposito dei pochi attrezzi e della legna per il fuoco della cava.
Tecnica di spacco    Le piode, dunque, si ottenevano mediante il lavoro in due distinti cantieri: il primo situato a notevole profondità nelle viscere della terra, l'altro in superficie, sulla sponda dove era ricavato un piccolo ripiano per la tettoia, generalmente riservato ai cavatori più anziani perché meno soggetto a pericoli di quello interno. Tutti i giovellai, associati in varie "compagnie" che occupavano al Giovello il tempo libero, erano altrimenti dediti all'agricoltura e alla pastorizia, le altre due attività essenziali della loro economia.
   Le compagnie erano molte e, insieme, formavano un'importante "confraternita" avente scopi sociali e religiosi.
  
Le piode, divise a fine giornata fra i soci, venivano accatastate, vendute individualmente e trasportate a soma da carovane di cavalli lungo la strada di valle; verso sud quelle dirette al resto dell'Italia, a nord qeulle per gli acquirenti grigioni.
   Fu così attivato quel commercio che si sarebbe protratto fino ai nostri giorni, sebbene con altri mezzi e verso ben più lontane destinazioni.

   La tradizione e le prove documentali ci dicono che le piode già si commerciavano fuori Valle nei primi secoli dopo il Mille. A Sondrio vennero impiegate abbondantemente nel 1300, raggiunsero poi altri paesi della Valtellina come dimostra una documentazione del 1500, mentre altri documenti trattano del loro trasporto nei Grigioni già nei secoli precedenti il 1700, raggiungendo anche Coira e i suoi dintorni.
   Il lavoro della pioda si è ripetuto per secoli, senza varianti, fino alla fine del 1600, tempo in cui al Giovello è stata introdotta la "polvere nera", esplosivo di modesta forza dirompente come la roccia scissile richiede. Il suo impiego ha enormemente avvantaggiato il lavoro in cava sostituendo il fuoco.
   L'uso dell'esplosivo ha però comportato rischi per il maneggio a volte incauto che qualcuno ne faceva e che, purtroppo, più d'uno ha pagato con la vita.
   Verso la fine del 1800 anche il fuoco e l'olio per l'illuminazione interna, di per sé già carente, cedettero il posto ad attrezzi più moderni e di facile uso come le lampade a petrolio prima, e quelle ad acetilene poi.
   E fu un altro vantaggio per i giovellai.
   In quello stesso secolo, a seguito della costruzione della strada carrabile della Valmalenco fino a Chiesa, che ad opera dei cavatori raggiunse il Giovello, sorse in paese una nuova categoria artigianale, quella dei "carrettieri".    Essi ben presto furono commercianti di piode e, nei primi decenni del 1900, a seguito della comparsa dei mezzi di trasporto motorizzati, divennero camionisti mantenendo pur sempre l'antico nome di carrettieri e continuando nel loro commercio. Si ebbe allora un'ulteriore diffusione delle piode, conosciute e trasportate ben oltre la Valtellina. Nello stesso periodo si introdusse al Giovello un modo rivoluzionario di escavare la roccia.
   Anziché "rincorrere" le bancate buone in discesa, come si usava da sempre, qualche compagnia pensò di forare la roccia in orizzontale, sempre presso il taglio di destra, coinvolgendo sia le bancate buone che quelle false.

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Tratto dal volume: "SERPENTINOSCISTO della Valmalenco"
Consorzio Artigiani Cavatori Valmalenco

 

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