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Una pietra che viene da lontano.
- Prima parte -


   La Valtellina è quella parte della Lombardia solcata dall'Adda alpina che corre, a sud del confine svizzero, dal Lago di Como all'alto Adige. In corrispondenza di Sondrio, suo capoluogo (m. 300 sm), interrompendo i bei vigneti del versante retico, si apre la Valmalenco che sale verso il confine nazionale collegando la media Valtellina con l'Engadina.
   Nel primo tratto la nostra Valle dice poco al forestiero perché stretta, con le sponde alte e scoscese e senza un minimo di fondovalle. Man mano che ci si inoltra il paesaggio cambia in un'ampia conca per poi proseguire, biforcandosi, nei massicci del Disgrazia e del Bernina.
Gli uomini che fin dalla preistoria, dai villaggi presso il suo imbocco, frequentavano in transumanza estiva con il loro bestiame i pascoli di questa Valle, vi si stabilirono, a seguito del migliorarsi del clima, disperdendosi in piccoli abitati e diventando una popolazione stabile di allevatori, contadini e cavatori.
   Su un falsopiano della sponda occidentale della conca suddetta si formò il paese di Chiesa 8m 960 sm), che venne poi a comprendere l'intera Valle del Mallero, detta anche "di Chiareggio" dal suo principale alpeggio.
Anticamente la Valmalenco era percorsa da una strada "cavallera" che partiva da Sondrio attraverso fitti boschi di castani, prima in mezzo a prati, boschi resinosi ed esteri pascoli, proseguendo poi per morene e ghiacciai fino al Passo del Muret(m. 2562 sm), da dove scendeva oltr'alpe a raggiungere Coira, l'antica "Curia" dei Romani e, più oltre, altri Paesi tedeschi.
   Quella strada era frequentata da valligiani e mercanti, da soldati e pellegrini, diretti o provenienti dalla nostra penisola.
Località Giovello: cavatori di inizio secolo   Un muro naturale separava la fertile conca di Chiesa dalla zona superiore degli alpeggi e su di esso si inerpicava la "cavallera". Quel "muro", fatto a mo' di giogo (a m 1140 sm) ed ora quasi del tutto demolito, si chiamò in seguito Giovello.
Fu probabilmente nei primi secoli dopo il Mille che qualcuno, sostando durante la faticosa salita o soffermandosi nella discesa, osservò gli strati di roccia serpentinosa che vi affioravano e che si presentavano marcatamente fogliettati, tanto che in alcuni punti sembravano addirittura ridotti in lamelle.


   Non costò molto agli uomini di Chiesa, già esperti nello scavo delle locali miniere di ferro, "assaggiare" quegli strati, rendersi conto che si scindevano con facilità in lastre che sarebbero potute servire per qualche buon uso: per pavimentare le baite, per esempio, o meglio ancora per la loro copertura, sostituendo la paglia e le scandole, materiali di durata assai limitata.
Spacco manuale di lastre grezze  

  Erano infatti, quelle lastre, non solo di notevole superficie e facilmente trasportabili, impermeabili e perciò resistenti sia alle temperature più basse che agli urti e agli agenti atmosferici.
   L'esperienza acquisita nell'estrazione del materiale ferroso attraverso l'utilizzo di attrezzi elementari quali mazze, martelli, cunei, leve e pochi altri, ed il fuoco indotto nella roccia che provocava le crepe poi utilizzate per smuoverla, facilitò comunque la nascita e l'evoluzione delle tecniche di estrazione e lavorazione del serpentino sasso.
   Gli strati scistosi, chiamati in seguito "banche buone", erano intercalati da altri di roccia amorfa, le "banche false", separati da una faglia detta "molada".
   Tutti scendevano obliquamente dall'alto giù verso il Mallero, da sinistra a destra, e si inoltravano nella superficie terrestre ancora in discesa, cosicché risultavano doppiamente inclinate, all'incirca da est a ovest e da sud a nord. Le banche buone avevano lo spessore di qualche metro e i
"giovelli" cioè le relative cave, erano distinti con nomi locali appropriati.

   Oltre alle molade la roccia conteneva altre fratture, grosso modo verticali e pressoché parallele, dette "tagli"; le fratture principali intersecavano, nel senso della profondità. l'intera massa rocciosa e ne agevolavano l'escavazione.
   I cavatori, chiamati "giovellai" dal luogo dei cantieri che si andavano allineando trasversalmente sulla sponda lungo le banche buone, inizialmente trovarono facile estrarre la pietra perché già ben segnata dall'azione del gelo e del disgelo.
   La riduzione in lastre non presentò quindi grossi problemi.
   Procedendo poi l'escavazione della roccia verso l'interno, pur sempre scistosa ma più compatta, si dovette ricorrere al fuoco come già nelle antiche miniere di ferro.
   Il fuoco era indispensabile ma, pur usando legna secca e di essenza adatta, riempiva l'ambiente di fumo che provocava bruciore agli occhi, depositava ovunque un'untuosa patina nera e impiegava parecchio tempo a disperdersi.

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Tratto dal volume: "SERPENTINOSCISTO della Valmalenco"
Consorzio Artigiani Cavatori Valmalenco

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