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La Valmalenco.
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Il nome val "Malenco" probabilmente deriva dal sostantivo "male", visto che la zona fu soggetta nel corso dei secoli a continue calamità naturali, che hanno determinato trasformazioni morfologiche del territorio, prettamente di origine morenico-glaciale, dovute a frane, alluvioni, slavine e terremoti. La valle essendo di particolare interesse geologico è ricca di molti sali minerali che servono ad alimentare la vegetazione. Boschi, prati e pascoli presentano pertanto composizioni minerali sempre diverse e di conseguenza il bestiame si nutre di erbe diversificate. Così anche i prodotti derivati dal latte cambiano di gusto a seconda della zona in cui vengono prodotti: non esiste il formaggio della Valmalenco, ma il formaggio del "Mun(t)
dë Zána", dell'Oro, di Campagneda e così via. Ogni alpeggio produce il proprio formaggio e il proprio burro che si distinguono per colore e sapore.
La ricchezza geologica della Valmalenco ha permesso la nascita e la crescita di attività artigianali e industriai, quali la lavorazione della pioda di serpentinoscisto, dei laveggi in pietra ollare, l'estrazione dell'amianto, del talco, del micascisto. I Malenchi hanno saputo adattare la pietra per costruire case, ponti, recinzioni, muri di sostegno e gran parte degli utensili indispensabili alla vita quotidiana, fino ad assorbire caratterialmente la durezza e la versatilità della pietra.
La Valmalenco è circondata a nord dalle Alpi Retiche e a sud dalle Alpi Orobie ed è percorsa dal torrente Mallero che a Sondrio si getta nel fiume Adda. I torrenti che si gettano nel letto del Mallero sono: Ventina, Sissone, Vazzeda, Valbona, Pirola, Lagazzuolo, Nevasco, Forasco, Braciasco, Paluetto, Rovinaio, Sassersa e Giumellini, infine da Valbrutta il Lanterna, alimentato dai torrenti Scerscen, Cormor, Largone, Acquanegra e Pallino. A Torre Santa Maria confluiscono nel Mallero il Torreggio, lo Sfrisigaro, il Valdone e l'Antognasco.
In bassa valle, fino a 700/800 metri, predomina la pianta di ceduo: castagno, noce, ciliegio, tiglio, betulla, frassino, sorbus, acero, robinia, quercia e nel sottobosco il roveto con arbusti vari.
Nella media e alta valle è preminente la presenza della conifera: larice, abete rosso, pino silvestre, intercalati da fitti boschi di pino mugo che raggiungono il limite della vegetazione. Qui crescono in modo sparso le piante di cembro, ritenute la quintessenza della stirpe per la loro forza rigenerativa. Tra gli arbusti del sottobosco predominano l'erica, il mirtillo, il rododendro e il ginepro.
Al limite della vegetazione vivono il capriolo, il cervo, la lepre grigia, il francolino, il fagiano, il gallo cedrone e forcello, la volpe, la faina, la martora, alcune specie di barbagianni e la coturnice. Più in alto ancora vivono il camoscio, lo stambecco, la marmotta, la pernice bianca, l'ermellino e vari tipi di rapaci, dall'aquila reale, alla poiana, al falco pecchiaiolo, all'astore, allo sparviero.
Fu proprio la fauna ad attrarre fin quassù i primi uomini cacciatori alla ricerca della selvaggina per la sopravvivenza, il cui passaggio è testimoniato da segni incisi sulla roccia. Secondo gli esperti queste incisioni, rinvenute per lo più nei comuni di Torre e di Spriana, risalirebbero al periodo neolitico. Molte possono essere state cancellate dai diversi smottamenti avvenuti lungo il corso dei secoli, altre potrebbero ancora essere nascoste sotto la vegetazione.
La valle è costituita da cinque comuni: Spriana, Torre S. Maria, Chiesa, Caspoggio e Lanzada.
Il nome Spriana deriva probabilmente dal sostantivo "spia", cioè indicherebbe una zona di guardia. Torre S. Maria derivò il suo nome da una torre di controllo che collegava le fortificazioni della valle, sorte a difesa delle invasioni barbariche provenienti dal nord.
Chiesa, il comune più grande della valle, prese il nome da una piccola chiesetta dedicata ai pastori provenienti da Sondrio e dintorni, che venivano qui ad alpeggiare nel periodo estivo, attorno all'800 circa. Il nome Caspoggio deriva probabilmente dal fatto che il paese fu costruito su un poggio. Lanzada trae il suo nome da "lancia", poiché il paese si estende in lunghezza.
Spriana, arroccato sul monte Foppa, con le sue dieci contrade, è il paese più piccolo della valle; buona parte delle contrade erano accessibili solo attraverso i sentieri. Apparteneva originariamente al comune di Montagna e si rese autonomo solo nel 1816.
Attorno alle contrade erano dislocati piccoli terrazzamenti per la coltivazione. In modo particolare è da menzionare quella del frumento, visto che era la sola zona della valle dove maturava. Tipica del comune di Spriana era la produzione del formaggino di Marveggia. L'unica attività artigianale di spicco era legata alla costruzione delle ceste. La popolazione era forte e robusta, attaccata alla sua terra; gli uomini lavoravano nelle miniere di amianto e nelle galleria per le condotte idroelettriche.
La chiesa parrocchiale di Spriana è dedicata a S. Gottardo e risale al 1625. Più a valle, alla fine del secolo scorso, fu eretta sopra un grosso masso un'altra chiesetta, in segno di grazia ricevuta visto che il paese fu salvato fortuitamente da una frana caduta a poca distanza. Il comune era un tempo abitato da circa 800 persone, oggi ne conta poco più di cento e tutte concentrate a Spriana centro e nella contrada di Marveggia.
Il comune di Torre S. Maria ha una bellissima chiesa, dedicata alla Madonna, eretta nel XVII secolo in stile prebarocco. All'interno vi è una pregevole pala di Fermo Stella rappresentante la Natività.
Il territorio comunale, popolato da circa 1300 persone, era diviso in tre quadre, appartenenti a Sondrio: Campo, che comprendeva le contrade a sinistra del Torreggio, Bondoledo, a nord della chiesetta di S. Giuseppe, distrutta da una frana nel XV secolo e comprendente tutte le contrade a destra del Torreggio. Infine Melirolo, anch'essa semidistrutta da una frana nel XIV secolo, di cui ora ci rimangono tracce soltanto dell'ala sud fortificata (di questa frazione c'è uno sponsale scritto del 1211). La quadra si estendeva sulla parte sinistra del Mallero e le contrade erano: Cristini, Zarri, Cà
Romegi, Scaia, Fojanini e Gianni.
Il paese era prevalentemente agricolo. Nella seconda metà del secolo scorso parecchi emigrarono in Argentina. La contrada Zarrai si distingueva per la produzione della gerla: quasi tutti facevano questo mestiere. Ma a garantire la sopravvivenza di questa gente era soprattutto l'agricoltura e l'allevamento sugli alpeggi. Oltre alle vacche c'erano molte capre e pecore. Buona era anche la produzione di cereali, servita da venti mulini, il che poneva il comune al quarto posto in Valtellina, dopo Teglio, Montagna e Berbenno.
Torre S. Maria fu anche il primo paese dove si sviluppò il turismo alpinistico, dapprima dovuto alle ascensioni sul Disgrazia, successivamente allo sci alpinistico esercitato sulla meravigliosa conca d'Arcoglio che Zeno Colò definì nel 1950 tra le più belle zone d'Europa. Ai primi del secolo il paese contava ben quattro alberghi, l'ufficio postale e un nutrito staff di portatori e guide alpine. Ma già nel dopoguerra il turismo cominciò a decadere, gli alberghi chiusero i battenti e i turisti si diressero verso Chiesa e Caspoggio.
Caspoggio apparteneva all'omonima quadra. Per la sua scarsa estensione territoriale era tra i paesi considerati poveri. In compenso attorno poteva vantare i più bei prati di tutta la Valtellina. Era popolato da circa 800 persone, divise in sei contrade. La popolazione era molto religiosa - vi nacquero e vi si formarono molti ecclesiastici e missionari - si riuniva devotamente nella chiesa dedicata a S. Rocco, eretta nel XVII secolo in stile prebarocco. Era il paese per antonomasia di arrotini, i cosiddetti "muléta", che vagabondavano da un paese all'altro del nord Italia per esercitare la propria professione, portandosi con sé la
"caréta del muléta". Vi erano inoltre abili artigiani del legno: alcuni producevano suole per zoccoli, altri, detti
"sigiunàt", secchi, contenitori vari e mastelli, che smerciavano anche fuori della valle nelle fiere e nei mercati. Gli abitanti di Caspoggio sapevano coltivare con cura i loro prati, producendo un'ottima qualità di foraggio che non solo serviva per il loro bestiame ma veniva anche venduto.
Lanzada, dai Malenchi chiamata "magnán" si estende lungo la valle del Lanterna per più di due chilometri. Era divisa in cinque contrade e contava nei tempi andati, circa 1000 abitanti, molti dei quali si distinsero per la loro capacità intellettuali ed ecclesiastici. Lanzada, che apparteneva alla quadra denominata con lo stesso temine, era uno dei territori più ricchi della valle soprattutto grazia all'imprenditorietà dei suoi abitanti. Molti di loro erano stagnini,
"magnán", ambulanti con spirito vagabondo che con pochi attrezzi di lavoro percorrevano i paesi dell'arco alpino a riparare e stagnare pentole e utensili di rame o altre leghe metalliche. Non solo: si dedicavano anche al commercio delle pentole di pietra ollare, i cosiddetti
"levéc". Anche il sottosuolo si presentava molto ricco: molte erano le varietà minerarie che seppero ingegnosamente sfruttare. Dapprima si cominciò con le miniere di pietra ollare per la produzione dei laveggi, poi con l'estrazione dell'amianto, della calce e del talco. Durante la seconda guerra più di quattrocento valligiani non partirono per il fronte poiché risultavano impegnati nell'estrazione dei minerali, materia importante per la produzione bellica.
A contatto di tante varietà di rocce geminano varie qualità di minerali. E' possibile ammirare nella "Valle dei cristalli" una bellissima grotta tutta tappezzata di cristalli di quarzo e, sempre in zona, degli spettacolari granati,
"Demantoidi", della varietà andradite dal colore verde smeraldo molto rari, che si formano nelle litòclasi tra l'amianto e il serpentino.
Il territorio di Lanzada è piuttosto ampio, visto che gli alpeggi e i maggenghi arrivano a contare, nel periodo estivo, fino a 800 vacche e altrettanti capi tra capre e pecore. Vi è inoltre una buona quantità di campi coltivati, sparsi nelle varie contrade, che impegnano nell'agricoltura anche donne e ragazzi.
E' l'unico paese della valle ad avere una chiesetta per ogni contrada. La parrocchiale è dedicata a S. Giovanni, risale al XVII sec. ed è in stile prebarocco: al suo interno vi sono bellissimi affreschi raffiguranti la vita di S. Giovanni Battista del pittore Pietro
Ligari.
Infine Chiesa è il paese più importante della valle, diviso in otto contrade e appartenente alla Quadra dei SS. Giacomo e Filippo. Primolo, con una popolazione di circa 400 persone, era la contrada più popolata: posta a 1280 m di altitudine domina la valle. Nel sec. XVIII venne eretto il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie e dall'inizio di questo secolo è diventata parrocchia autonoma. Altri 1500 abitanti sono sparsi nelle restanti frazioni. Al centro del borgo c'è la chiesa dei SS. Giacomo e Filippo, eretta nel XVII sec. in stile prebarocco sui ruderi della vecchia chiesa medievale, che costituisce il centro della vita spirituale dei suoi abitanti.
L'economia del paese era nei secoli passati essenzialmente basata sull'agricoltura e sulla pastorizia: maggenghi e alpeggi ospitavano fino a 500 vacche e altrettanti capi tra ovini e caprini. Cereali e prodotti ortofrutticoli venivano coltivati nei campi attorno alle contrade. Il lavoro agricolo veniva integrato da quello artigianale, in cui erano impegnate più di 200 persone, che si occupavano per lo più di trasformare le risorse estrattive. Altri esercitavano infine il lavoro di fabbro ferraio e di falegname.
Verso la metà del secolo scorso, in seguito alla "scoperta" delle vette locali da parte degli appassionati della montagna, si sviluppò l'alpinismo. Vista la crescente richiesta, sorsero nuovi alberghi, quali Olivo, Battaglia,
Amilcar; così Chiesa divenne una stazione turistica di notevole interesse: vennero scoperte le sue bellezze naturali, il clima, la purezza dell'aria. All'inizio del secolo vennero costruite le prima ville di villeggiatura e un albergo di prim'ordine, il Grand Hotel Malenco, dotato di ogni comfort con 320 posti letto e 150 dipendenti.
L'albergo fece da traino allo sviluppo turistico nascente, tanto è vero che nel 1907 si costituì la "Società Pro Chiesa" che aveva l'intento di programmare e organizzare le richieste dei turisti sempre più esigenti. Fino al 1960 Chiesa poté contare su un turismo prevalentemente estivo, ma poi, con la costruzione degli impianti di risalita a Caspoggio e al Palù, divenne anche stazione turistica invernale.
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