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Io e il maestro d’arte.
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Era il
12 novembre del lontano 1951, una giornata bellissima che
confermava l’estate di S. Martino, quando il papà mi
accompagnò alla prima lezione d’arte.
Il maestro, che prima d’allora non conoscevo, mi diede subito
l’impressione di essere un uomo del tutto singolare, di stampo
ottocentesco; la lunga barba rossiccia e i baffi rendevano il
suo viso simile a quello di Garibaldi.
Viveva a pian terreno di un castello molto suggestivo,
unico nel suo genere, scavato per metà nella roccia.
Il maestro non aveva certo le sembianze di un uomo docile,
disponibile, ma piuttosto sembrava di carattere austero: con
cui, forse, pensai sarebbe stato difficile comunicare. Viceversa
si rivelò ben presto un uomo di grandi doti umane.
Prima di iniziare la lezione cercò di familiarizzare
facendomi alcune domande sul tipo di vita che conducevo, sul
lavoro che avrei voluto fare. Poi si mise a raccontare della sua
vita, non priva di difficoltà, con periodi negativi e
travagliati che lo portarono a decidere di andare a vivere da
solo in quel castello, come un eremita. Allora raccontò:
“Ebbi i primi problemi con i miei genitori e i parenti che si
dimostravano sempre contrari al fatto che frequentassi una
scuola d’arte. Ma, risoluto nei miei intenti e animato da una
enorme passione, partii alla volta di Torino, convinto che prima
o poi avrebbero condiviso l’idea. Ma non fu così: loro
insistevano perché andassi in seminario, così dovetti studiare
a mia spese, frequentando la scuola il mattino e andando a
lavorare nel pomeriggio. Quando ebbi terminato gli studi,
trovandosi l’Italia nel pieno del primo conflitto mondiale, mi
chiamarono alle armi, ma grazie alle mie capacità lavorative mi
trattennero al comando di Bergamo come calligrafo. Terminata la
guerra lavorai a Milano nelle botteghe di arredamento, mentre
contemporaneamente insegnavo alla scuola d’arte di Brera.
All’insegnamento, comunque, preferivo altre attività,
quali il progettista intagliatore, l’affreschista.
Amavo inoltre vedere continuamente paesi nuovi, realtà
diverse. Fu così che mi spostai continuamente da Como a
Catania, a Sondrio; andai poi in Svizzera, Austria, Germania,
Polonia e nel giro di pochi anni riuscii a racimolare un buon
gruzzolo.
A Chiesa comperai così un grande appezzamento di terreno
e roccia, a Sasso Gianaccio, alla frazione Costi.
Progettai un bel castello dove andare a vivere, con
l’intento di trasformarlo poi in un Museo di valle. Cominciai
i lavori, costruii grezzamente la torre est del castello ma il
fallimento della banca Valtellina, diretta dal Capra, distrusse
all’età di oltre quarant’anni anche il mio progetto, visto
che perdetti tutti i miei risparmi, che allora erano parecchi,
tanto da poter costruire tre ville.
La
grande crisi del 1930, che si protrasse fino allo scoppiare
della seconda guerra mondiale, e la situazione economica di
graduale peggioramento che l’accompagnò, congelò rapidamente
tutte le mie speranze. Fu così che mi ritirai solo nel
castello, come un eremita, con la sola compagnia di una capra e
alcune galline, animali che ritenevo utili all’uomo per la
sopravvivenza, e con loro vissi in sincera armonia, tanto da
considerarli gli amici più fedeli.
In realtà devo dire che più conosco l’uomo, più amo
gli animali!”.
Proprio per questa sua visione negativa dell’umanità
decise di condurre da quel momento in avanti una vita appartata,
isolato nel suo maniero, per finire in pace gli ultimi anni
della sua vita, dedicandosi al giardinaggio, agli animali,
all’arte e agli amici più cari. Mi disse, infine, che
anch’io avrei potuto essere uno di quelli se lo avessi
considerato prima di tutto un amico, poi un maestro.
Queste parole mi incoraggiarono e mi infusero serenità,
là dove al primo impatto era prevalsa la paura di fronte a
quest’uomo dalle apparenze austere.
Seguii
molto attentamente le varie vicissitudini della sua vita, ma i
miei occhi erano costantemente attratti dai particolari più
caratteristici del castello, unico per la sua originalità. Si
potevano vedere teste di animali mostruosi scolpiti nella
roccia, interrotte da falsi ripiani, che fungevano da credenza;
in alto, sulle pareti, una serie di graffiti in corso di
lavorazione.
Il locale aveva una triplice funzione: serviva da cucina,
da camera e da studio-laboratorio. Un bancone da falegname, con
tutta una serie di scalpelli da intaglio e altri vari attrezzi,
era riservato ai lavori di scultura; al centro un piccolo tavolo
serviva per disegnare. Su quest’ultimo era appoggiata una
radio, di marca “Nicoletta”, a quei tempi posseduta da
pochissime famiglie.
Insomma avevo di fronte un uomo che aveva vissuto e
viveva in un mondo del tutto suo, con una mentalità
completamente diversa da coloro che gli stavano attorno, che
aveva trovato il giusto equilibrio tra teoria e pratica.
Questa piacevole conversazione, di contenuto altamente
educativo, sottrasse in realtà pochissimo tempo alla lezione e
servì a dispormi sulla strada dell’arte con maggior
convinzione.
Quel
giorno avevo portato con me l’album da disegno, la matita, la
gomma.
Il maestro disse che per alcuni giorni poteva bastare, ma
che in seguito avrei dovuto procurarmi tutto l’indispensabile
per poter iniziare un buon programma di lavoro.
Poi andò a raccogliere una foglia di fico dicendomi che se
avessi voluto imparare bene a disegnare, avrei dovuto copiare
dal vero e mi spiegò come impostare il disegno. “Prima di
tutto – disse – va abbozzato con leggeri tratti per meglio
poter correggere, rispettando la grandezza, le proporzioni e
l’asse di inclinazione.” Ricevuta la spiegazione iniziai con
l’abbozzo ma, già dai primi tratti, il maestro vide che le
proporzioni erano sbagliate e mi spiegò con grande perizia il
motivo servendosi di un esempio: “Suddividi il soggetto che
devi disegnare in frazioni, considera la differenza in termini
di frazioni tra lunghezza e larghezza, così potrai impostare il
disegno con le giuste proporzioni.” Quando ebbi terminato
l’abbozzo, il maestro, su un altro foglio, mi disegnò i
particolari, quali lobi, nervature, molto ingrandite, per
mostrarmi meglio il carattere analitico. Mi spiegò che non
importava riprodurre il modello in modo fotografico, con gli
stessi lobi e le stesse nervature, bensì capire subito
l’aspetto della foglia, il suo carattere, perché in essa era
racchiusa l’essenza dell’intera vegetazione.
Procedetti col disegnare i dettagli della foglia,
seguendo scrupolosamente i consigli del maestro.
Quando approvò il mio operato, rafforzai al meglio i contorni
con la matita. Portato a termine il disegno bisognava ora dare
rilievo alla foglia, non essendo un pezzo piano. Andava quindi
modellata a chiaro e scuro. Posata in alto a sinistra una fonte
di luce che permetteva di diversificare le zone illuminate da
quelle in ombra, bastava ora riprodurle esatte sul disegno. La
cosa non si rivelò così facile, visto che non c’era una
linea netta di separazione tra luce ed ombra, ma il passaggio
era graduale tanto che si doveva ricorrere a delle tonalità
sfumate.
Contento mi preparai a tornare a casa, convinto di poter
portare con me anche il disegno, orgoglioso di poterlo mostrare
ai genitori, ma il maestro non fu d’accordo. Disse che avremmo
dovuto finire il corso di copia dal vero sulla vegetazione e
confrontare quel primo disegno con quelli che avrei fatto
successivamente, per valutare lo sviluppo evolutivo di
apprendimento.
Ugualmente soddisfatto salutai il maestro e corsi a casa
a raccontare con entusiasmo il mio primo giorno di lezione
d’arte. Non ero tanto eccitato dal risultato del disegno
finito, quanto affascinato dal metodo di insegnamento semplice e
conciso del maestro, persona dalle idee concrete e sagge.
Al
mattino lavoravo la pietra a casa, il pomeriggio lo dedicavo
alle lezioni. La seconda lezione si concentrò sulla
stilizzazione della foglia di fico, nelle sue varie applicazioni
decorative: intrecciate, avviluppate con le volute in modo da
formare dei fregi da applicare sugli oggetti in pietra ollare.
Terminato il corso dal vero sulla vegetazione e sulle
varie applicazioni decorative, nella tarda primavera, quando le
giornate tiepide e soleggiate lo permettevano, mi fece copiare
dal vero il paesaggio, per capire la prospettiva, attraverso il
punto di fuga e il prolungamento delle linee. In quel modo si
potevano ottenere le giuste distanze, le giuste proporzioni e
dare profondità ai diversi piani del paesaggio.
Un
altro corso che mi ha interessato molto è stato quello
sull’oggettistica di arredamento realizzabile con la pietra
ollare. Si concentrò sia sulle possibili forme realizzabili sia
sugli stili adottabili, a partire da quello egizio, più antico
di tutti, al Liberty, d’inizio secolo, fino a quelli orientali
arabo-moreschi.
Seguendo questi stili ho poi disegnato piatti, ciotole,
bomboniere, vasi, servizi vari, candelabri ecc. Il corso perdurò
a lungo, essendone io stesso interessato in modo particolare
visto che sarebbe stato fondamentale per il mio futuro. A tratti
fu interrotto però dallo studio della figura umana,
indispensabile per capire le giuste proporzioni, e dallo studio
della scultura con la plastilina e su pietra. Nella primavera
del 1955 iniziai il primo lavoro di scultura molto impegnativo:
un camoscio a tutto tondo, ricavato con mazzotto e scalpelli da
un blocco di pietra ollare di 4 quintali, alto 70 centimetri.
Per ultimare la scultura sotto la direzione del maestro
ho lavorato per oltre tre mesi ogni mattina., il sabato tutto il
giorno e alcune volte anche la domenica mattina in modo da
poterlo esporre nel nuovo negozio in Via Roma a Chiesa. La
primavera successiva mi dedicai ad un altro lavoro di scultura,
un cervo volante, copiato dal vero, ingrandito dieci volte e
l’anno dopo scolpii un sacro cuore alto 65 centimetri. Tutti
questi lavori mi impegnavano intensamente per circa tre mesi
ciascuno.
Finito
il corso triennale di scultura ne feci un altro sulla pittura ad
olio, su piatti, sulla pietra ollare, su tavolette di legno. Mi
dedicai poi ai ritratti: figure, scene allegoriche, scene
religiose. Con la tecnica a carboncino realizzai i ritratti dei
miei famigliari feci il mio autoritratto. Successivamente mi
dedicai allo studio dell’anatomia del corpo umano; a
coronamento dell’apprendimento delle varie tecniche pittoriche
mi concentrai su alcuni lavori ad acquarello, per lo più fiori
e paesaggi.
Conclusi i corsi con un nutrito studio
sull’architettura. Attraverso il disegno a china su tavole 50x70
, dipinte successivamente ad acquarello, studiai tutti gli
ordini e gli stili architettonici, a cominciare dallo stile
Egizio, Greco, Romano, Romanico o Bizantino, Gotico, Fiorentino
o Rinascimentale, Prebarocco, Barocco, Rococò, il Neoclassico o
Imperiale (Luigi XVI) fino allo stile Liberty, stile libero,
privo di ogni elemento stilistico.
Purtroppo non potei terminare il corso perché fui chiamato,
dopo il secondo rinvio, a prestare il servizio militare.Era il
luglio 1963 a partii alla volta di Alberga, destinato alla 89°
fanteria Salerno, con il fermo intento di riprendere il corso
lasciato in sospeso al mio congedo definitivo. Così, non appena
ebbi in mano il congedo, tornai più deciso che mai dal maestro,
ma purtroppo lo trovai in cattivo stato di salute. Mi disse che
stava poco bene e mi pregò di aspettare alcuni giorni. Ritornai
da lui tre settimane dopo, lunedì sera 26 ottobre 1964, ma lo
trovai ancora più debilitato. Gli consigliai allora di andare
in ospedale a curarsi ma, troppo legato al suo castello, non
volle allontanarsi neppure in quelle circostanze e preferì
rimanere fino alla fine.
Viste le sue cattive condizioni quel giorno mi fermai
fino a tarda sera a sbrigare alcune faccende: torchiai l’uva
di clinto prodotta nel suo giardino, per produrre il vino di suo
consumo. Erano ormai le 23 passate quella sera, ma non avevo
voglia di andarmene e di lasciarlo solo. Provai ancora a
convincerlo ad andare a farsi curare all’ospedale, ma mi disse
che si trattava certamente solo di un poco di stanchezza e che
sperava di superarla al più presto. Ma non fu così. Alcuni
giorni dopo fu ricoverato d’urgenza all’ospedale a di lì a
poco morì di broncopolmonite.
Era il 20 novembre 1964.
Chissà
per quanti anni ancora l’avrei frequentato se la morte non lo
avesse portato via in quel modo. C’era sempre da imparare da
quell’uomo, sia per le sue conoscenze in campo artistico sia
per le sue solide qualità umane: uomo saggio e severo, maestro
di vita. La sua dipartita da questo mondo lasciò un grande
vuoto nella mia vita, visto che per me era divenuto quasi un
padre spirituale, oltre ad essere un maestro e un amico.
In
quegli anni passati a lezione, il maestro mi diede la possibilità
di spaziare in varie discipline d’arte, che mi permisero di
raggiungere una buona formazione artistica e che furono
ugualmente accolte da me con interesse. La tecnica prediletta fu
però la scultura, poiché permette la realizzazione di visioni
diverse di una stessa realtà. Un blocco di pietra, scolpito con
mazzotto e scalpelli, può nascondere le più svariate forme scultoree; statue che per milioni di anni erano state
celate nella roccia, vengono alla luce prendendo forma. La
roccia dura mi fu amica fin dalla prima infanzia, l’amavo e la
sentivo integrante della mia vita mentre la manipolavo, la
sgrassavo, la scolpivo, la lucidavo, assaporando il profumo
della polvere finissima che mi copriva le mani, il viso, i
vestiti. Quella pietra vergine e pura, tutta da scoprire,
alimentava in me lo stimolo, la passione, la voglia di
conoscere. Non era un sasso morto da discarica, bensì una
pietra viva.
L’uomo fin dai tempi più remoti aveva imparato a
conoscerla e ad amarla e l’aveva utilizzata per le attività
domestiche. |